Da molti anni, ormai, mi occupo di letteratura e di una cosa sono certa: essa non può (non deve?) prescindere dal suo intrinseco valore sociale. Sono le parole, così come sono state scelte e giocate dall'autore, che rivelano il suo atto comunicativo e mettono in contatto il suo mondo e la sua verità con altri mondi e verità, infiniti quanti sono i lettori. Quanti silenzi sono infranti dalla parola scritta, quante oscurità o lampi di luce sono catturati dall'analogia della poesia, quante verità altre (da noi, da tutti) sono portate in superficie dalla profondità di pagine di prosa. La malattia psichiatrica è una patologia avvolta dal e nel silenzio, una realtà da celare e possibilmente rinchiudere, meglio se tra le mura inascoltate di un ospedale. Le parole dei folli - gli altri per eccellenza in questa società malata di salute e perfezione - imbarazzano le orecchie dei sani, arrossiscono guance assuefatte a tante assurdità televisive e non (che assurdo…), spaventano gli occhi di chi ha paura di fissare le orbite del malato perché teme di vedervi riflessa la propria pazzia. Il filosofo Michel Foucaul, che il mondo della follia ha indagato a lungo, dice che l'opera d'arte (quindi anche la letteratura) è il luogo privilegiato della malattia mentale in quanto è proprio lì che il silenzio prende e rivendica la propria parola incatenata. E' in quest'ottica che ho letto la Premessa a Son Stufadiza. Il trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) di Barbara Grubissa: "Mia madre voleva fortemente crescere un poeta […]. Il giorno stesso del suo suicidio mi ha telefonato e le ultime parole che mi ha detto sono state: "Racconta la mia storia per gli altri". Ancora una volta è la letteratura - un bellissimo libro di poesie - che squarcia la trama di silenzio tessita intorno alla psicosi bipolare chiedendoci di avvicinare con tenerezza e senza pregiudizi l'esperienza che l'autrice ha vissuto in merito alla malattia mentale della madre. Non pensiate, lettori, di avvicinarvi a Son Stufadiza con cautela: affonderete gli occhi pagina su pagina, vorrete poesia dopo poesia e nei vostri pensieri si creerà l'immagine - forte e dolce - di una giovane donna che cerca la propria personale guarigione dalla malattia della madre, trovando in quei "grumi di parole che vengono a galla da dentro di me" il modo più alto e fedele per mantenere il dialogo che la univa lla mamma quando questa era ancora in vita e che nemmeno il delirio riusciva a spezzare. Bellissime le parole di Grubissa, dense e ricche di magia e riflessione, ed efficace la scelta del dialetto triestino per far parlare il silenzio materno. Nella poesia è la speranza che parla, l'amore che unico supera l'ostacolo della malattia e rinforza il dialogo, vola al di là del silenzio e della morte. Sullo sfondo emerge, drammatica e salvifica al tempo stesso, l'esperienza del T.S.O. che Barbara Grubissa appena adolescente vive alla stregua di un distacco dolorosamente necessario della madre Eliana; è con lo sguardo di chi ha compreso e superato il dolore della malattia e della perdita che il trattamento sanitario obbligatorio viene ricordato: l'alternativa sarebbe stata l'abbandono. Importante e splendida la poesia che racconta una delle tante verità che compongono questo nostro mondo, a volte così poco indagato. Ma in fin dei conti "saremo la libertà che ci hanno insegnato" riflette, in chiusa, l'autrice. Pubblicato sul numero 40 di Psichiatria/Informazione.

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