C'è una promessa nel libro di Barbara Grubissa fatta all'indomani del suicido di sua madre, circa tre anni fa: non abbandonare mai la poesia. Nel racconto in versi dispiegato in vari episodi della vita dell'autrice, vive l'esigenza di comunicare il rapporto con la malattia mentale attraverso il "linguaggio primordiale, univoco, completamente razionale" della poesia. Il risultato, un libro di circa sessanta pagine scritte in triestino con traduzione in italiano, si rivolge in modo esplicito agli psichiatri, perché capiscano in profondità che la vita di una persona non si racchiude in una diagnosi. Perché ascoltino il racconto di una figlia per la quale l'adolescenza coincide con la "scoperta" della malattia mentale in casa propria. Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso), subito dalla madre di Barbara per diversi anni, è il nucleo attorno al quale ruota la costruzione dell'impegno poetico. "Atto di barbarie" ma anche rimedio "salvifico" nell'esperienza dell'autrice, il Tso è l'espediente attraverso cui mostrare il vero, lo sporco, le notti insonni eppure l'amore, la responsabilità, il rispetto dei diritti a cui ci richiama l'incerta ricerca della salute mentale. Come controcanto ai discorsi sui dispositivi giuridici e alle dispute scientifiche, Barbara con i suoi versi ci apre alle ampiezze della notte, ai suoi fantasmi, ai dettagli del territorio, ai movimenti lenti e sofferti, alla fatica di compiere anche pochi chilometri, da Trieste a Monfalcone, se quei chilometri significano infine fare i conti col mistero della propria esistenza. La salute mentale si può ricomporre o frantumare per episodi apparentemente minimi, all'interno di logiche temporali non-lineari. La poesia di Barbara Grubissa svela l'inganno delle facili comunicazioni, dei veloci spostamenti, della pericolosa banalità di definizioni universalistiche. Son Stufadiza (edizioni KappaVu, Aprile 2010) è il suo primo libro di poesia. Speriamo che l'autrice mantenga la promessa di non smettere.

Da molti anni, ormai, mi occupo di letteratura e di una cosa sono certa: essa non può (non deve?) prescindere dal suo intrinseco valore sociale. Sono le parole, così come sono state scelte e giocate dall'autore, che rivelano il suo atto comunicativo e mettono in contatto il suo mondo e la sua verità con altri mondi e verità, infiniti quanti sono i lettori. Quanti silenzi sono infranti dalla parola scritta, quante oscurità o lampi di luce sono catturati dall'analogia della poesia, quante verità altre (da noi, da tutti) sono portate in superficie dalla profondità di pagine di prosa. La malattia psichiatrica è una patologia avvolta dal e nel silenzio, una realtà da celare e possibilmente rinchiudere, meglio se tra le mura inascoltate di un ospedale. Le parole dei folli - gli altri per eccellenza in questa società malata di salute e perfezione - imbarazzano le orecchie dei sani, arrossiscono guance assuefatte a tante assurdità televisive e non (che assurdo…), spaventano gli occhi di chi ha paura di fissare le orbite del malato perché teme di vedervi riflessa la propria pazzia. Il filosofo Michel Foucaul, che il mondo della follia ha indagato a lungo, dice che l'opera d'arte (quindi anche la letteratura) è il luogo privilegiato della malattia mentale in quanto è proprio lì che il silenzio prende e rivendica la propria parola incatenata. E' in quest'ottica che ho letto la Premessa a Son Stufadiza. Il trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) di Barbara Grubissa: "Mia madre voleva fortemente crescere un poeta […]. Il giorno stesso del suo suicidio mi ha telefonato e le ultime parole che mi ha detto sono state: "Racconta la mia storia per gli altri". Ancora una volta è la letteratura - un bellissimo libro di poesie - che squarcia la trama di silenzio tessita intorno alla psicosi bipolare chiedendoci di avvicinare con tenerezza e senza pregiudizi l'esperienza che l'autrice ha vissuto in merito alla malattia mentale della madre. Non pensiate, lettori, di avvicinarvi a Son Stufadiza con cautela: affonderete gli occhi pagina su pagina, vorrete poesia dopo poesia e nei vostri pensieri si creerà l'immagine - forte e dolce - di una giovane donna che cerca la propria personale guarigione dalla malattia della madre, trovando in quei "grumi di parole che vengono a galla da dentro di me" il modo più alto e fedele per mantenere il dialogo che la univa lla mamma quando questa era ancora in vita e che nemmeno il delirio riusciva a spezzare. Bellissime le parole di Grubissa, dense e ricche di magia e riflessione, ed efficace la scelta del dialetto triestino per far parlare il silenzio materno. Nella poesia è la speranza che parla, l'amore che unico supera l'ostacolo della malattia e rinforza il dialogo, vola al di là del silenzio e della morte. Sullo sfondo emerge, drammatica e salvifica al tempo stesso, l'esperienza del T.S.O. che Barbara Grubissa appena adolescente vive alla stregua di un distacco dolorosamente necessario della madre Eliana; è con lo sguardo di chi ha compreso e superato il dolore della malattia e della perdita che il trattamento sanitario obbligatorio viene ricordato: l'alternativa sarebbe stata l'abbandono. Importante e splendida la poesia che racconta una delle tante verità che compongono questo nostro mondo, a volte così poco indagato. Ma in fin dei conti "saremo la libertà che ci hanno insegnato" riflette, in chiusa, l'autrice. Pubblicato sul numero 40 di Psichiatria/Informazione.

La poesia in FVG - Rivista Welcome

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Category: Recensioni Libro

(da http://oggiscienza.wordpress.com/2011/05/16/la-malattia-mentale-in-versi/)

A Trieste, un libro di poesie che racconta il dolore di chi ha vissuto la malattia mentale. Intervista all’autrice, Barbara Grubissa

INTERVISTE – Raccontare e condividere con gli altri due esperienze in parallelo, legate dagli stessi sentimenti. L’esperienza della malattia mentale di una madre, con i suoi alti e bassi, e di una figlia, che cresce e vive le sue esperienze in solitudine, mantenendo un legame forte con la madre e vivendo la sua malattia. Barbara Grubissa ha presentato così il suo primo libro di poesie, “Son stufadiza”, giovedì 12 maggio a Trieste, città dove vive e in cui ha trascorso tutta la sua infanzia e l’adolescenza. Barbara ha raccontato una parte intima e dolorosa della sua vita attraverso una delle forme di comunicazione ed espressione più sottili e intrise di emozioni: la poesia. «La poesia è un mezzo di comunicazione personale che fa emergere l’emozione e la passione: come una fotografia di una determinata azione senza però entrare nei dettagli del contenuto. È un’opera in cui contenuto e linguaggio si fondono per ritagliare l’osservazione del mondo solamente a livello emotivo, e non a quello razionale. Nella poesia tutti si devono riconoscere in qualche modo, come un oggetto visto da tantissime prospettive». I versi poetici presenti nelle pagine del libro portano i differenti lettori a vivere un continuo intreccio di sensazioni e riflessioni attraverso i temi affrontati: il ricordo della madre malata, un’infanzia e un’adolescenza difficili, l’incomprensione dei medici, il suicidio. “Psicosi bipolare”: è questa la diagnosi della malattia, che costringeva la madre a vivere in equilibrio su un’altalena, la cui oscillazione veniva temporaneamente e con forza arrestata dal TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) e dall’abuso di psicofarmaci.

“TSO come il cemento che frema TSO come diserbante di vite estreme

TSO che non chiede ragioni TSO che sigilla portoni”.

Le poesie di Barbara, attraverso lo stato mentale della madre e il dialogo con la figlia, oscillano continuamente tra due linguaggi e voci differenti. Da un lato il dialetto triestino, rappresentazione dei momenti di lucidità e la quotidianità della madre, e dall’altro l’italiano, che emergeva nei momenti in cui la madre non riusciva a tenere a bada il proprio equilibrio mentale. «Grazie alla mia poesia il lettore ha la possibilità di percepire gli stessi sentimenti e riconoscersi in situazioni che si provano nel momento del delirio, riportando semplicemente su pagina quello che io ho sentito da adolescente, vista da una prospettiva e vista dall’altra». Secondo lo psichiatra e psicoanalista Thomas Szasz il termine “malattia” è soltanto una metafora e una mistificazione, per descrivere una sofferenza umana determinata da conflitti morali. E così che Barbara immagina un contesto metaforico che riesce ad offrire diverse interpretazioni personali. «Quando ho pensato a mia madre, ho pensato a una sirena. A livello metaforico la sirena canta in mezzo al mare, attira le persone, tutti la vanno a vedere ma in qualche modo è sempre da sola. In quel momento volevo rappresentare il senso di solitudine che ha la follia perché in quei momenti spesso le persone ti abbandonano. La sirena appoggiata sullo scoglio del mare è fortemente rappresentativa grazie al suo modo di cantare, perché da una parte ci allontana – infatti si continua a dire che il malato mentale è pericoloso – mentre dall’altra ci affascina, creando una confusione tra il razionale e la follia, parlandone tante volte come se fosse qualcosa di bello. La sirena mi faceva vivere quindi un’immagine duplice: una delimitazione tra equilibrio e follia, ossia qualcosa che non sta nel nostro mondo, che va aldilà dell’ordinario senso positivo, e per questo viene giudicata».

…“Se io fossi una sirena come mi chiameresti?”

Mi hai chiesto per sdrammatizzare?

“Come vuoi che ti chiami?

Diciamo Farina che è la base per tutti i cibi ma che da sola non è commestibile”.

…”Se fossi Farina mi metterei su uno scoglio gridare aiuto”

hai detto appassito come un fiorellino

“E chi arriverà a darti una mano, mamma?”

“Di sicuro piccola un panciuto pescecane.”

È possibile capire in fondo la follia? «Secondo me la follia è una condizione umana», continua Barbara. «Franco Basaglia diceva che in noi la follia esiste come esiste la ragione, solo che ci sono semplicemente dei momenti in cui la sentiamo fortemente come una condizione interiore. Necessariamente, per mio vissuto, penso che la follia sia qualcosa di terribile perché ti porta in un confine che non riesci a controllare. E quando questo succede, cominci a non vedere più un futuro, un obiettivo e in qualche modo vai fuori rotta. Secondo me rappresenta soprattutto una forma di dimensione interiore che tutti possono attraversare nella propria vita. Io da triestina ho vissuto la storia da Basaglia in poi. Ho cominciato ad avere esperienza nei centri di salute mentale da quando avevo tre anni, nel 1979. Ho visto quindi tutti i cambiamenti e li ho sentiti su mia madre. Quello che sicuramente è cambiato è l’approccio alla persona, che è fondamentale. Dipende poi in che modo si riesce ad andare dentro la storia personale e cercare di capire anche le ragioni che l’hanno portata a questo. Per fortuna sono cambiate anche le condizioni del manicomio. Prima le condizioni in cui venivano tenuti i malati erano terribili, e ora il manicomio non c’è più».

“Non so se Basaglia ha mai capito

che una sirena sia dove sia

per sua natura

si sente in gabbia.

Tutti quanti, siano essi preti o pescatori

o quella donna dalle natiche rosa

che in strada vende il proprio seno

senz’altro tutti quanti seduti su uno scoglio in mezzo al mare

grideremmo come folli.”

Sul libro